13 Mag Perdita di biodiversità europea
L’abbandono dei pascoli e la progressiva espansione dei boschi rappresentano un ritorno della natura, ma non privo di conseguenze sulla biodiversità. La fine della gestione tradizionale del territorio, insieme all’agricoltura intensiva e ai cambiamenti climatici, ha modificato profondamente gli ecosistemi europei, favorendo alcune specie vegetali a scapito di altre.
Negli ultimi sessant’anni si osserva in tutta Europa una chiara trasformazione delle comunità vegetali: aumentano le specie che prediligono suoli ricchi di nutrienti e ambienti ombreggiati, mentre diminuiscono quelle adattate a terreni poveri, ambienti aperti o habitat aridi e prativi. Questo cambiamento è legato soprattutto all’eccesso di azoto nei suoli, derivato dai fertilizzanti agricoli e dalle emissioni dei combustibili fossili, che altera gli equilibri naturali e favorisce piante più competitive e generaliste.
Uno studio europeo basato su un’enorme mole di dati botanici evidenzia come questa “nitrofilizzazione” sia uno dei principali fattori di trasformazione della flora. Parallelamente, il riscaldamento globale ha spinto molte specie verso quote più elevate, in particolare nelle aree montane, determinando una progressiva sostituzione della flora alpina con specie più tolleranti al caldo.
Un altro elemento decisivo è l’abbandono della pastorizia: la scomparsa del pascolo e degli sfalci ha permesso la crescita di arbusti e piante legnose come rovi e prugnoli, che riducono la luce disponibile e rendono più difficile la sopravvivenza delle specie tipiche delle praterie. Ne deriva una perdita progressiva di habitat aperti e di specie legate a questi ambienti.
Anche fenomeni passati come le piogge acide hanno contribuito a modificare la composizione dei suoli, alterando il pH e favorendo la scomparsa di alcune specie sensibili.
Nel complesso, la flora europea è il risultato di una combinazione di fattori: uso del suolo, inquinamento, cambiamenti climatici e abbandono delle pratiche tradizionali. Per limitare la perdita di biodiversità, gli studiosi propongono la creazione di zone tampone intorno alle aree protette e, soprattutto, una riduzione dell’inquinamento da nutrienti alla fonte.